Fuochi nell’ombra

7. Fuochi nell’ombra.

Uso di immagini d’arte in psicoterapia individuale e di coppia ad orientamento sistemico-relazionale

di C. Leporatti

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Farai le figure in tale atto il quale sia sufficiente
a dimostrare quello che la figura ha nell’animo;
altrimenti la tua arte non sarà laudabile.
Leonardo da Vinci, Libro della pittura

1. Introduzione

Tra i notevoli tributi da annoverare ad uno dei più grandi geni
dell’umanità, vi è l’abilità con cui Leonardo da Vinci ha introdotto la fisiognomica
nell’epoca moderna. Arte antica, riconducibile ad Aristotele, la
fisiognomica ha conosciuto una costante evoluzione e, nelle mani di Leonardo
da Vinci, ha assunto un aspetto innovativo. Lo studio dei moti
dell’animo da lui compiuto, a partire dai tratti del volto, ha preannunciato
ed accompagnato lo sviluppo della psicologia, parimenti ne è scaturito un
lavoro di studio e di ricerca, compiuto dai pittori, nel corso della storia
dell’arte occidentale.
All’interno dell’enciclopedia pittura vi è un quadro, che segna un’epoca.
Dipinto cinque anni prima degli studi di Freud sull’isteria, e dieci anni prima
dell’uscita dell’Interpretazione dei sogni, Il ritratto del dottor Gachet di
Van Gogh, eseguito nel 1890, riporta ad un’opera di Dürer, una stampa in
cui l’artista tedesco rappresenta l’immagine canonica della “melanconia”
(Caroli, 1987).
Negli anni seguenti, arte e psicologia risultano amalgamate al punto da
dare vita ad una linea continua che segna il cammino dell’arte fino alle opere
di Pollock e Bacon. Ne sono un esempio le note raffigurazioni dei Folli
di Géricault, le devastazioni fisiognomiche di Van Gogh ed il saggio epocale
l’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.
Flavio Caroli (1987), profondo conoscitore dell’arte e della fisiognomica,
offre un’interessante spunto di riflessione, secondo cui “l’arte, grazie
alla sua enorme potenzialità simbolica, crea, definisce, assorbe e talvolta
anticipa i movimenti della civiltà di ogni tempo”. Gli studi in merito hanno
permesso di asserire che gli artisti conoscono intuitivamente ciò che
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l’analista comprende solo attraverso un faticoso processo; pertanto, tutto
quanto la psicanalisi giunge a scoprire ha già avuto appropriata intuizione e
trasposizione metaforica nel campo dell’arte.
La nascita della psicanalisi affonda le proprie radici nel legame che essa
ha con un’opera letteraria: l’Edipo di Sofocle.
Nel corso dei suoi studi, Freud (1985) giunge a concepire la creatività
come sublimazione di pulsioni sessuali represse; di conseguenza egli ritiene
necessario e fondamentale compiere un’interpretazione dell’opera d’arte
secondo criteri psicanalitici.
Melanie Klein (1958), invece, scorge nel processo creativo l’espressione
diretta della pulsione riparatoria, alla base della posizione depressiva (D).
Successivamente, in un saggio del 1958, la Klein propone una nuova visione
dell’arte in cui viene rivalutato il ruolo della posizione schizoparanoide
(Ps) nella creazione artistica; avvertendo la necessità di integrare assieme i
due ruoli che la posizione depressiva (D) e schizoparanoide (P) hanno nel
processo creativo, la psicanalista austriaca pone le fondamenta per la teoria
della creatività,la quale, successivamente, viene definita da Bion e Meltzer
in modo esplicito (Pecorari, 2005).
Bion (1973), nota figura di spicco della ricerca psicanalitica, situa l’arte
al centro del processo di apprendimento ed indica nella produzione simbolica
la modalità creativa dell’evoluzione psichica. Secondo l’autore, la profondità
del legame che unisce psicoanalisi ed arte ravvisa, nelle emozioni, il
cuore della vita mentale e, nel pensiero metaforico, lo strumento cognitivo
da cui dipende lo sviluppo della personalità.
Le ricerche condotte da Bion (1993) e Meltzer (1996) generano
una psicoanalisi improntata epistemologicamente, secondo la quale, le origini
stesse della formazione del pensiero e dello sviluppo mentale, sono da
ricondurre alla relazione tra la madre ed il neonato; tale legame pone le basi
per indagare le dinamiche fondamentali del pensiero e dello sviluppo mentale
in relazione ai processi simbolico-creativi, riconducibili a quelle di
produzione e fruizione artistica. Sulla base di quanto asserito, la seguente
esemplificazione traduce chiaramente l’assunto degli autori: l’artista formula
interpretazioni con le quali fornisce una forma psichica preliminare che
suscita nel paziente pensieri ed emozioni, ancora non consapevoli. Analogamente,
nel setting clinico, il terapeuta sistemico relazionale usa il proprio
sé, fondamentale per la relazione terapeutica, ponendo al paziente domande
e costruendo con lui nuove possibili letture del contesto e delle relazioni,
di cui il paziente stesso è l’artefice.
L’orientamento psicanalitico, invece, prevede l’utilizzo dell’interpretazione
da parte dell’analista, cosicché il paziente disponga di una forma psichica
preliminare tale da avviare, nella sua mente, un campo di possibilità,
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significati da completare, emozioni, pensieri ed esperienze non ancora realizzati.
Pertanto, se l’arte anticipa e stimola lo studio e la riflessione sui moti
dell’animo umano, perché non tornare all’arte per stimolare, svelare e rendere
consapevole l’uomo di tali moti?
Lo scopo del presente lavoro consiste nello stimolare riflessioni intorno
all’uso di immagini d’arte in terapia – nello specifico in terapia di coppia e
individuale – ad orientamento sistemico-relazionale.
Si rende necessaria la definizione della cornice teorica.
Per la definizione di terapia individuale sistemica si rimanda al lavoro di
Loriedo, Angiolari, De Francisi, in Terapia Familiare n. 31, 1989 e al lavoro di
Boscolo e Bertrado, Terapia Sistemica Individuale (Raffaello Cortina, 1996).
Per l’approccio alla definizione di terapia relazionale si rimanda ai lavori
di Rodolfo De Bernart in Terapia Familiare, n. 31 (1989).
Alla cornice teorica relativa alla terapia sistemica si connette la dimensione
relazionale : il ruolo svolto dalle relazioni familiari, nella prospettiva
indicata da Bowen (1979) nel lavoro Dalla famiglia all’individuo, la relazione
con il sé, con il mondo interno, con l’inconscio ottico, così come definito
da Walter Benjamin (1931). Egli confermava l’importanza della fotografia,
poiché mediante questo valido strumento si scopre l’inconscio ottico,
uno spazio elaborato non consapevolmente dall’uomo. Ciò fu approfondito,
in un secondo momento, nel rapporto con l’arte del ‘900 da Rosalind
Krauss (1994). Giorgio de Chirico (1888-1978), principale esponente
della pittura metafisica, sin dall’inizio del suo percorso, asserisce che lo
scopo della pittura consiste nel “far vedere ciò che non si può vedere”, piuttosto
che riprodurre più o meno bene ciò che già vediamo in natura. Secondo
il noto pittore italiano, la pittura si rivela un mezzo efficace mediante il quale
si trasferiscono e si ricreano emozioni, ma soprattutto si stimolano nello
spettatore, le stesse intuizioni esperite dall’artista sul significato profondo
del mondo e delle cose.
Daniel Stern (2005), mediante i suoi studi sul momento presente e
sull’implicito in psicoterapia a seguito delle sue riflessioni – secondo le
quali la maggior parte di ciò che conosciamo del nostro rapporto con gli altri,
compreso il transfert, è non verbale, non simbolico, non narrato, non cosciente
e inconscio ma non rimosso –, offre un ulteriore contributo teorico,
implicitamente relativo all’uso delle immagini d’arte in terapia. Nel lavoro
Momento presente in psicoterapia e nella vita quotidiana, Stern focalizza
l’attenzione sulle esperienze interne ed immediate, che durano soltanto pochi
secondi, ma che determinano intuizioni fondamentali sulla psiche,
sull’intersoggettività e sulla natura stessa dell’esperienza.
Infine, dal punto di vista teorico, l’uso dell’immagine in terapia sistemi182
ca giunge da lontano: si riportano in tal proposito le suggestioni di Bowen
(1979) legate al genogramma familiare, il lavoro di Maurizio Andolfi
(1977, 1985), Luigi Onnis (1990) e Philippe Caillé (2005) sulla scultura ed
il lavoro di Rodolfo De Bernart (1989) sulle tecniche non verbali, in particolare
sul genogramma fotografico, sull’uso del collage e del disegno congiunto.
I contributi teorici sopracitati offrono una visione organica del contesto
in cui opera la terapia sistemico-relazionale, ove il terapeuta esplora assieme
al paziente il suo sistema familiare, la relazione con il sé, con il mondo
interno e con l’inconscio ottico, usando il proprio sé – nella prospettiva indicata
da Minuchin – nella dinamica del sistema coppia-terapeuta o individuoterapeuta
e nel “qui e ora” della terapia.
Tale esplorazione può avvenire anche per mezzo dell’uso di immagini,
come nel caso del mio lavoro con le immagini d’arte.
2. Immagini e terapia
Sovente la comunicazione verbale risulta essere più controllabile della
comunicazione non verbale. Ciò significa che spesso, involontariamente, si
possono creare barriere nella comunicazione, per cui il paziente non riporta
ciò che gli sta a cuore anche perché spesso egli stesso non ne ha consapevolezza
e si perde nell’argomentazione di elementi superflui o dispersivi.
Rodolfo de Bernart1 (1984), sostiene che per un terapeuta familiare vedere
è tanto importante quanto sentire. Dal confronto tra ciò che egli vede e
ciò che sente, il terapeuta realizza una più complessa lettura della comunicazione
in terapia.
Per questo motivo all’Istituto di Terapia Familiare di Firenze si usano,
da più di venticinque anni ormai, diverse tecniche d’immagine in terapia,
quali collages, foto, genogrammi, oggetti metaforici, films.
Il terapeuta conduce una ricostruzione tra ciò che i pazienti dicono –
l’immagine esterna – e ciò che i pazienti esprimono non verbalmente –
l’immagine interna – e da tale ricostruzione, in cui emergono dissonanze e
discrepanze, egli crea ipotesi relazionali il cui livello di accuratezza diventa
più evidente con il progredire del processo terapeutico.
Katia Giacometti asserisce che l’immagine tende ad offrire un primo livello
di rappresentabilità, per mezzo del quale, tra il soggetto e la sua storia
relazionale, si stabilisce una distanza che favorisce l’ascolto, la pensabilità
ed il dialogo. L’immagine rivela l’accesso a mondi interni, non facilmente
1 R. de Bernart, Seminario sull’immagine, in www.itff.org.
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raggiungibili e spesso difesi dall’uso del canale verbale. Lo strumento iconico
è di per sé già un modo di dare rappresentabilità a qualcosa che per il
soggetto si manifesta a livello di vissuti e di agiti, ed insieme un modo di
articolare parti di sé e dell’altro secondo un’elaborazione soggettiva.
Sulla base di questi presupposti, ed influenzata dal lavoro e dalle mostre
curate da Flavio Caroli dal 1980 ad oggi, ho iniziato, dagli anni ’90, ad usare
le immagini d’arte nella clinica, sia individuale, che familiare, che di coppia.
2.1. Uso di immagini d’arte in terapia
L’uso che faccio delle immagini d’arte in terapia nasce, quasi casualmente,
da un’intuizione legata ad una faticosa terapia individuale che segnava
il passo da tempo, dall’amore che da sempre mi lega all’arte e dalla
formazione personale effettuata presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze.
Come terapeuta, ho lavorato per l’intero quadriennio di formazione in
psicoterapia sull’uso del canale non verbale e dell’immagine in terapia. Foto,
collage, genogramma e scultura hanno costituito tanta parte della mia
esperienza formativa, consentendomi di sviluppare ulteriore sensibilità nei
confronti di tutto ciò che è “visivo”, nell’ambito della cornice teorica di cui
parlavo in premessa.
Amo l’arte da sempre, sin da piccola ho avuto la fortuna di frequentare
artisti e mostre di pittura, appassionandomi all’arte figurativa ed al suo codice.
Così, nel corso della vita, ho raccolto cataloghi museali provenienti da
tutto il mondo e li ho tenuti in studio, quasi fossero un potenziale rifugio
per i momenti più faticosi, come a volte rileggere alcuni passi di certi libri
può esserlo.
Alcuni pazienti hanno notato i cataloghi e me ne hanno chiesto la provenienza;
altri no.
Un piovoso pomeriggio di novembre dei primi anni ’90, nel corso di una
terapia individuale che sembrava essersi inspiegabilmente arrestata senza
motivo, come se continuare a parlare non facesse altro che continuare ad
erigere mura invalicabili, mentre cercavo un mezzo per by-passare le chiusure
e la difesa inconsapevole della paziente, vidi – nel senso di “vedere” –
i cataloghi d’arte e pensai di chiedere alla paziente di prenderne alcuni e di
sfogliarli, alla ricerca di un’immagine che la rappresentasse.
Inizia così l’uso che faccio delle immagini d’arte in terapia.
Ho continuato nel tempo ad usare le immagini d’arte ed ho definito meglio
la procedura.
184
Ad oggi esse sono riunite in un book realizzato insieme a Rodolfo de
Bernart, con la collaborazione di Michal Dusik per la parte grafica. Il book
si compone di 200 immagini suddivise per 20 categorie (bambino, casa, cibo,
coppia, disturbi del comportamento alimentare, famiglia, fratelli, genitori,
gioco, individuo maschile, individuo femminile, identità di genere, lavoro,
madre, malattie, morte, nonni, padre, sessualità, vecchiaia).
È stata pensata una somministrazione globale ed una somministrazione
ridotta, per 5 categorie, sia per la terapia individuale, che per la terapia di
coppia, che per la terapia familiare.
Sono stati inoltre individuati gruppi di 5 categorie suddivise per la
somministrazione per patologia (disturbi del comportamento alimentare,
psicosi e borderline, depressione, attacchi di panico, nevrosi, disturbo ossessivocompulsivo,
coppia con disfunzioni sessuali, fobia scolare, disturbi
del comportamento, deficit dell’attenzione ed iperattività).
Le scelte delle immagini da includere nel book sono state determinate
sia dalle immagine scelte prevalentemente dai pazienti negli anni, sia da
scelte soggettive, sia mie che di Rodolfo de Bernart.
In terapia la mia richiesta è la seguente: “Scelga un’immagine d’arte che
sente possa rappresentarla o rappresentare i suoi stati d’animo”. Lascio che i
pazienti sfoglino liberamente e senza fretta i cataloghi disponibili.
Sono disponibili immagini d’arte dall’epoca di Leonardo da Vinci ad
oggi, attualmente esposte nei più noti musei del mondo: gli Uffizi, la Galleria
Palatina, i Musei Vaticani, la Pinacoteca di Brera, il Louvre, il Prado, la
National Gallery, la Tate Gallery, l’Osterreichische Museum di Vienna, il
Rijkmuseum ed il Van Gogh Museum di Amsterdam, l’Hermitage, il Gugghenheim
Museum, ecc.
Il lavoro successivo alla scelta delle immagini, è un lavoro di connessione
tra le immagini scelte, le motivazioni di questa scelta, le emozioni connesse a
quelle immagini, l’immagine in relazione con il sé, con il mondo interno, con
l’inconscio ottico, con le relazioni familiari, col sistema terapeutico.
La connessione avviene per mezzo di domande circolari che pongo come
terapeuta, connettendo le informazioni che i pazienti mi hanno fornito
della loro storia con i pattern comunicativi che hanno caratterizzato la narrazione
e quanto le immagini scelte suscitano in me, in base alle ipotesi che
ho elaborato ed al mio “stare” in terapia, secondo l’uso del mio Sé, della
mia storia di terapeuta e della mia formazione. È evidente quanto è presente
in tale prospettiva dell’impostazione di Minuchin (1976) relativa al lavoro
in formazione sulla persona del terapeuta.
Nelle sedute successive si lavora sulle emozioni conseguenti alle scelte
delle immagini compiute e sugli eventi e gli stati emotivi con i quali le immagini
entrano in risonanza.
185
L’immagine è un modo alternativo di articolare le parti dell’Io e degli
altri da una più profonda prospettiva soggettiva.
Chiedo al paziente di scegliere un’immagine che, secondo lui, possa
rappresentare meglio se stesso o il suo stato d’animo; successivamente
lascio che il paziente sfogli liberamente, e senza fretta, i cataloghi disponibili.
Lavoriamo insieme sull’immagine scelta.
Se si tratta di una coppia chiedo prioritariamente all’uno di “leggere”
l’immagine scelta dall’altro, che cosa egli ritiene significhi per il proprio
partner, quali vissuti di coppia essa attivi, che senso essa abbia nella loro
storia relazionale.
Chiedo poi a ciascuno di esprimere per se stesso qual è l’intento che egli
ritiene abbia motivato in lui quella scelta e quanto si è sentito compreso
dalla lettura che il partner ha condotto dell’immagine da lui scelta.
Sulla base di quanto esposto, intendo adesso presentare due casi, uno di
terapia individuale e l’altro di terapia di coppia.
2.2. Il caso di Francesco
Francesco è oggi un giovane uomo di 27 anni; lo incontro per la prima
volta all’età di 19 anni, iscritto al primo anno della Facoltà di Lettere, su
invio di un collega, terapeuta di un amico di Francesco.
Il ragazzo riferisce di essere omosessuale e di vivere un senso di solitudine
e di diversità che prova fin dall’infanzia.
Chiede sostegno per parlare con la sua famiglia – composta da padre,
imprenditore 51enne, madre, insegnante 47enne; sorella, di quattro anni
maggiore di lui – della sua omosessualità.
Dichiara di vivere stati d’ansia che gli provocano attacchi di panico, attacchi
che stanno condizionando sempre più la sua vita, limitandone gli
spostamenti, ma che per ora affronta senza copertura farmacologia.
Iniziamo insieme un lavoro sull’identità di genere e le relazioni con la
famiglia e il mondo amicale.
In seguito utilizzo le immagini d’arte.
Queste le prime immagini che Francesco sceglie:
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Fig. 1 – Ensor, Fanciulli che si lavano, 1886
Dice: “Siamo io e Paolo (l’amico il cui terapeuta ha fornito a Francesco
l’indicazione di rivolgersi a me, n.d.r.), quando giocavamo da ragazzi. Per
lui era un gioco, per me No… ma tanto non mi vuole”.
Fig. 2 – Schiele, Autoritratto con braccia sollevate da tergo, 1912
187
Dice: “Sono io ora. Giro le spalle al mondo perché non voglio farmi vedere
e ho paura…ho le braccia alzate per parare i colpi al viso che mi arrivano…”
Penso all’innamoramento di Francesco per Paolo e al cocente rifiuto che
ha subito, al suo voltare le spalle al mondo, alla connessione tra immagini
di spalle e omosessualità.
Decido di lavorare con Francesco sulla connessione tra gli stati emotivi
provati ed i contesti che li hanno determinati e sull’ambivalenza nella relazione,
a partire dalla relazione terapeutica.
Successivamente, nel corso del lavoro sulle relazioni familiari, sceglie le
immagini che seguono: di Savinio sceglie I genitori, del 1931.
Dice: “Sono animali, composti ma animali…non vedono, non sentono,
non parlano… Lei vede ma non chiede… lui, a pugni stretti, non mi tocca…
se la rabbia potesse incenerire, casa nostra non ci sarebbe più”.
Penso alla fatica fatta fin qui da Francesco a parlare di emozioni, soprattutto
di sentimenti negativi quali la rabbia e la gelosia.
Lavoriamo insieme sulla relazione genitori/figlio.
La sua tensione emotiva si appronta sul rapporto con il padre.
Sceglie, ancora di Savinio, Padre e figlio, del 1947.
Dice: “È falsa, non mi ha quasi mai toccato… giocava con Valeria (la
sorella, n.d.r.), facevano la lotta sul divano, ridevano… ma me non mi toccava
mai… solo nel viso siamo noi… due punti interrogativi… due bluff”.
Decido di approfondire con lui la relazione padre/figlio e la corporeità.
Alla luce di quanto emerso, ritengo opportuno l’invio della famiglia in
terapia familiare. Concordo con Francesco l’opportunità di una seduta allargata
ai familiari per predisporre l’invio. Alla seduta si presentano, oltre
Francesco, padre, madre e sorella.
Francesco inizia a parlare delle sue difficoltà relazionali, in particolare
con il padre, e di quanto si sia sentito solo e rifiutato.
Il padre scoppia in lacrime e chiede di parlarmi da solo. Faccio notare
che non posso, che non servirebbe perché quello che mi dice sarebbe un segreto
tra me e lui e io non potrei riutilizzarlo in terapia, che la famiglia non
si fiderebbe più di me, tanto meno Francesco.
Ma lui insiste, è disperato, chiede ai suoi familiari di dirmi che posso
ascoltarlo da solo.
Io sono in lotta con il “protocollo”, sono combattuta tra il rispetto
dell’ortodossia e la situazione contingente.
Decido di chiedere al resto della famiglia se mi autorizza ad ascoltare il
padre da solo.
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I familiari accettano e ci lasciano soli; li faccio accomodare in sala di attesa.
Rimasti soli, il padre riesce a dire che è stato abusato dal proprio padre
da quando aveva sette anni fino a quando ne aveva dodici, età in cui lo ha
minacciato di dire tutto alla madre, interrompendo così gli abusi.
Piange a lungo, dicendo che non ha mai toccato Francesco perché aveva
paura, non sapeva come fare, temeva di essere intrusivo, riviveva i “suoi
fantasmi”.
Concordiamo di far rientrare la famiglia e che lui parlerà di questo segreto.
La seduta si conclude con un doppio invio, della famiglia e del padre
in terapia.
Proseguo il lavoro con Francesco e l’immagine che sceglie è di Clemente,
Rudo, del 1981.
Dice: “Non sapevo cosa c’era, ma qualcosa c’era ( riferendosi al rapporto
con il padre,n.d.r.) … era strano il nostro modo di stare insieme… lontano
lontano ma minacciosa… quante volte ho avuto paura che tra noi potesse
succedere qualcosa di brutto… tanto brutto… invece era successo a lui”.
Penso al dolore del padre e al dolore del figlio, lavoro con Francesco
sulla relazione con il padre e con i ricordi che ha del nonno paterno, deceduto
da sei anni.
Esito del lavoro è una visita congiunta di lui e del padre insieme al cimitero,
sulla tomba del nonno.
Intanto gli attacchi di panico sono notevolmente ridotti, anche se perdurano
gli stati ansiosi.
La successiva immagine scelta è di Chagall, Il violinista, del 1923.
Francesco dice: “Sono io che suono la colonna sonora della mia famiglia…
il babbo ci ha provato ma era debole… forse era troppo piccolo
quando è successo tutto… e quello è il nonno… forse ora riusciremo a lasciarlo
andare”.
Noto il violinista sospeso a mezza aria, il volto e una mano nere, la scala
appoggiata all’albero.
Lavoriamo insieme sui progetti per il futuro, tra desiderio di appartenenza
e ricerca dell’autonomia.
Le immagini successive sono:
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Fig. 7 – Kirchner, Cucina di montagna, 1881.
Fig. 8 – Bazille, Scena d’estate, 1869
È evidente il desiderio di Francesco di andare a vivere da solo e di sviluppare
contatti con il mondo gay, in una dimensione ludica e di solidarietà
tra pari.
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Intanto Francesco prosegue con gli esami, adesso ha 21 anni, gli stati
d’ansia sono quasi del tutto scomparsi, si guarda intorno con insistenza desiderando
di innamorarsi.
L’immagine scelta è di Tamara De Lempicka, Il Conte Von Karaian, del
1921.
Dice: “Mi piace, vorrei un uomo così…Maschio ed elegante…”.
Penso che l’uomo dell’immagine è evidentemente più grande di Francesco,
quasi un padre, ed evidentemente virile.
Lavoriamo insieme sulla relazione di coppia e sull’identità di genere di
Francesco all’interno della coppia, sul distinguere richieste di coppia da richieste
di tipo genitoriale.
La terapia si avvia verso la conclusione.
Di lì a breve Francesco inizia una relazione con Eugenio, uomo di 38
anni, stilista presso una nota “maison” fiorentina.
La terapia si conclude poco dopo l’inizio della loro convivenza.
2.3. Il caso di Elena e Marco2
Elena e Marco, rispettivamente 34 e 39 anni, si presentano al mio studio
su invio dell’andrologo di lui per un sopraggiunto problema di impotenza;
sono sposati da 6 anni e non hanno figli.
Entrambi architetti, lavorano insieme nello studio di lui. Elena si occupa
di rapporti con la clientela e di interior designer, Marco di progettistica per
l’edilizia.
Lo studio, avviato dal padre di Marco, è un noto studio di architettura.
Nello staff figurano diversi altri architetti, mentre il fratello di Marco, Alessandro,
maggiore di 6 anni, anch’egli architetto, ha aperto uno studio in
proprio.
Nel corso della terapia emergerà che tra i due fratelli, Marco è stato il prescelto
dal padre alla successione nella conduzione dello studio di famiglia.
Elena, figlia unica, proviene da una famiglia agiata di commercianti di
tessuti. Il padre possiede un lanificio ed è il presidente di una squadra di
calcio. Niente architettura in famiglia.
In prima seduta la coppia mi riferisce di un sopraggiunto problema di
impotenza, presentatosi da circa 1 anno e mezzo.
Al riguardo Marco manifesta tutta la sua frustrazione. Precisa che
l’esordio del problema è stato accompagnato da progressivo calo del desi-
2 C. Leporatti (2010), “In immagine verum: uso di immagini d’arte in terapia di coppia”,
in Storie e geografie familiari, 3-4.
191
derio sessuale, pur affermando che i suoi sentimenti per Elena sono immutati
e che non ci sono altre donne nei suoi pensieri.
Elena a sua volta esprime la sua frustrazione e la sua infelicità, riferendo
dei molteplici tentativi fatti per risolvere il problema, dai tentativi di dialogo
al prestare più attenzione a Marco, al ricorso ad abbigliamento hard ed
alla visione congiunta di films.
Entrambi riferiscono che l’uso di supporto farmacologico viene vissuto
malamente da tutti e due a tal punto che, dopo qualche tentativo, di comune
accordo hanno deciso di rinunciarci e, con il supporto dell’andrologo, hanno
deciso di iniziare una psicoterapia.
Nella prima tranche di terapia, lavoriamo sulla storia e l’identità della
coppia e sulle rispettive famiglie di origine. In questa fase la raccolta della
storia avviene per mezzo del canale verbale. L’attenzione del terapeuta è
centrata sui pattern comunicativi e sul linguaggio non verbale, sia del partner
che sta parlando, sia del partner che ascolta.
Successivamente, quando ritengo che il canale verbale sia ormai saturo
e che la raccolta della storia della coppia sia sufficiente, utilizzo le immagini
d’arte. Chiedo ad entrambi di scegliere ciascuno un’immagine che rappresenti
la loro coppia. Marco sceglie il quadro di Giorgio De Chirico, Ettore
e Andromaca, del 1917.
Lascio che le immagini risuonino dentro me, sulla base delle notizie che
ho della loro storia, utilizzando il mio Sé, la mia storia di terapeuta, il mio
stile relazionale.
Rifletto.
Mi colpiscono la presenza immota e silente dei due manichini, che pur
sono abbracciati, lei protesa alla relazione, lui con la testa piegata verso di
lei, in atteggiamento di protezione e di ascolto, ma anche di implicito appoggio.
Elena sceglie la scultura di Giorgio De Chirico, Gli archeologi, del 1966.
Lascio che le immagini risuonino dentro di me.
Mi colpiscono i lunghi busti dei due corpi abbracciati. Quello di lui con
una sorta di caverna o di ingresso all’interno, quello di lei con una sorta di
tempio, subitanei rimandi ai Lari ed ai Numi familiari. Di nuovo le due teste
si toccano, quella di lei appoggiata a quella di lui, le braccia forti di entrambi
poggiate rispettivamente l’uno sulla spalla dell’altro e sul sedile, le
gambe cortissime ed i piedi, anche in questa immagine, nudi.
Lascio che le immagini stimolino le mie riflessioni, che attivino in me
connessioni ed ipotesi, quale terzo sistema nel setting della terapia. Quale
terapeuta ho la consapevolezza che tutto ciò che sento e che vedo è frutto
della relazione, mi focalizzo quindi sulla capacità di riflessione del Sistema
visto come una totalità, sulla possibilità di interrogarmi sulle mie intuizioni,
192
sulle mie ipotesi, sulle mie descrizioni, dando luogo a descrizioni di descrizioni,
a storie, a narrazioni che diventano domande e stimolano nei pazienti
“altre” storie, storie diverse da quelle che si sono sempre narrati, storie che
non hanno mai “visto”, se non per mezzo di un’immagine che ha dato corpo
ad una possibile “altra” storia.
Successivamente chiedo ad Elena di “leggere” l’immagine scelta da
Marco e viceversa.
Elena dice “Siamo noi, la nostra vita per lo studio e l’architettura, tanti
progetti, tanta vita, tante idee, ma poi, di fatto, siamo sempre là dentro”.
Marco dice “Elena e il suo fare della nostra coppia un tempio, un santuario
dal quale escludere tutto e tutti e io, con un buco nero grande così, che,
per quanto mi sforzi, non riesco mai a colmare”.
Lavoriamo su quanto emerso, sulle emozioni che sia l’uno che l’altro
hanno provato al commento ricevuto dal proprio compagno all’immagine
che hanno scelto, sui vissuti che sottendono la scelta di quelle immagini e
che senso essi abbiano nella storia relazionale della coppia.
Emerge come Marco si senta costantemente in colpa nei confronti del
fratello Alessandro, con il quale ha avuto un buon rapporto fino a quando il
padre lo ha scelto al posto del primogenito per la successione nello studio
familiare.
I rapporti tra i fratelli si sono rapidamente raffreddati ed allo stato attuale
essi non si vedono da più di due anni. Marco dice di non aver fatto abbastanza
perché ciò non accadesse.
Riesce a dare voce anche al senso di colpa nei confronti della sua famiglia.
Affidare a Marco lo studio ha comportato per i genitori la perdita dei
rapporti con il figlio maggiore e Marco sente di non fare mai abbastanza
per compensare il padre della fiducia accordatagli e per lenire il dolore ed il
vuoto che l’allontanamento di Alessandro ha provocato ai suoi genitori.
Elena, piangendo sommessamente, dice di quanto la famiglia del marito
sia costantemente nella vita della loro coppia, come lei non desideri “un
tempio” per la loro coppia, ma “semplicemente uno spazio neutro dove essere
soltanto noi due, io e te, non architetti, non fratello di… e figlio di…,
non stravolti da 12 ore di lavoro in studio perché… non è mai abbastanza”.
Lavoriamo insieme sulla lettura incrociata delle scelte delle immagini ed
entrambi si dicono di comprendere la condizione e le emozioni dell’altro,
ma di non saperne uscire.
Chiedo che scelgano un’immagine che rappresenti come si sentono nella
coppia.
193
Marco sceglie:
Fig. 11 – Egon Schiele, Autoritratto con mano sulla guancia, 1910
Mi colpisce l’espressione triste, addolorata, quasi disperata dell’uomo,
un occhio semichiuso, la testa reclinata su un lato e, non essendo un’immagine
di coppia, senza appoggio. Noto la mano poggiata al volto, in un gesto
di desolazione, l’altra mano poggiata sul ventre, a protezione, le dita centrali
lievemente dischiuse.
Queste sono le mie impressioni. Non sono sempre le stesse con tutti i
pazienti anche se l’immagine scelta è la stessa.
Le mie impressioni sono legate alla storia dei pazienti ed alla relazione
che abbiamo costruito insieme.
Le immagini risuonano diversamente dentro di me, così come è sempre
diverso il paziente che ho davanti.
Elena sceglie un dipinto di Alberto Savino, Annunciazione, del 1932.
Mi risuona immediatamente il senso di intimità violato, la posizione del194
le donna sulla sedia, la testa reclinata di lato, le spalle ricurve, le braccia
appoggiate in grembo, ma con le mani che non si toccano, lo sguardo fisso,
quasi inquisitore dell’uomo alla finestra.
Medito a lungo poi, dando voce a quanto l’immagine ha stimolato in
me, chiedo: “Da quanto tempo suo suocero vuole questo da lei?”.
Sento di rischiare molto con questa domanda.
L’intuizione è dovuta alla connessione tra una serie di indicatori che Elena
aveva manifestato nel corso del racconto della storia di coppia (impercettibile
disagio mentre parlava dello studio del suocero e del suocero, labbra
serrate mentre Marco parlava di suo padre, accurato evitamento di parlare
del suocero se non su precisa domanda, linguaggio non verbale di disconferma
del valore del suocero come uomo mentre Marco tesseva le lodi
come uomo, come padre e come professionista) e quanto è risuonato dentro
me alla visione dell’immagine.
Quale uomo può chiedere questo ad Elena?
Suo padre?
Elena ha parlato serenamente della sua famiglia di origine e del padre,
con linguaggio verbale e non verbale congruo.
Il cognato?
Elena non lo vede da due anni, non ha quasi fatto menzione di lui e
quando ne ha parlato lo ha fatto senza disagio.
Un collega?
Ha parlato superficialmente dei colleghi e non ha manifestato alcun imbarazzo
o cambiamento emotivo quando ne ha parlato Marco.
Rimane soltanto il suocero, figura che avevo già cercato di indagare nella
prima parte della terapia, indagine alla quale Elena aveva fatto resistenza,
quasi non volesse dare corso neppure lei ai suoi pensieri.
Avevo tenuto per me il “nodo”, pensando di tornarci per mezzo dell’uso
delle immagini, magari chiedendo di scegliere un’immagine che rappresentasse
i rapporti con la famiglia di origine.
Non è stato necessario.
La risposta è giunta prima.
Elena scoppia in lacrime e piange a lungo, senza poter parlare. Alla fine,
tra i singhiozzi, dice di sentire fortissima la presenza del suocero tra lei e il
marito. L’uomo, formale e rispettoso nei rapporti con la nuora, è percepito
da Elena come fortemente intrusivo.
Vivo è il disagio che le provoca andare a pranzo dai suoceri e vivo è il
disagio che vive quando il suocero viene in studio e le chiede dei suoi lavori.
Dice di evitare in ogni modo di rimanere da sola con lui e sente che tutto
ciò si ripercuote nel suo approccio con Marco e sull’intimità della coppia.
Marco fatica ad ascoltare, è devastato dai pensieri che gli vengono, al195
terna momenti in cui vorrebbe un chiarimento con il padre, a momenti in
cui chiede ad Elena se è pazza ed a me se sono certa che sua moglie non sia
una visionaria.
La relazione terapeutica vive un momento cruciale. Elena si pente di aver
parlato con franchezza.
Marco si rifiuta di credere possibile un fatto simile.
Penso all’autoritratto che ha scelto e prima ancora al “buco” nel busto
della figura nella scultura di De Chirico. Gli dico “la sua desolazione e la
sua disperazione vengono assai più da lontano dell’assunzione della direzione
dello studio di suo padre”.
Marco tace a lungo. Poi dice “è vero ho paura da tanto tempo. Alla fine
ho avuto paura di aver paura. Io sentivo, sentivo la tensione nell’aria ed il
disagio di Elena, ma non volevo sentire… non volevo vedere… non volevo
crederci”.
Lavoriamo su questo nuovo aspetto, sulla membrana di coppia, sui confini.
Intanto Marco ed Elena hanno parzialmente ridotto gli orari di lavoro
allo studio, Marco si è iscritto ad un corso di patente nautica, Elena ad un
corso di sceneggiatura. Non vanno più a pranzo dai genitori di lui.
Alla undicesima seduta chiedo di scegliere un’immagine che rappresenti
ciò che desiderano per l’altro nella coppia. Visti i cambiamenti avvenuti ed
il percorso avviato, mi sembra opportuno introdurre il tema del desiderio di
ciò che fa stare bene l’altro e la progettualità nell’ambito della coppia. Mi
interessa verificare quanto l’uno è capace di “vedere” l’altro, di essere consapevole
dei desideri dell’altro, di sentirsi parte in causa in funzione del benessere
del partner.
Marco sceglie:
Fig. 13 – Gustav Klimt, Danae, 1907-08
196
Mi colpisce l’aria appassionata e rapita della donna, raccolta in posizione
semi fetale a ricevere la pioggia d’oro, il seme, la continuità.
Elena sceglie:
Fig. 14 – Vincent Van Gogh, Il mietitore, 1889
Mi colpiscono i colori del quadro, i gialli e gli oro, il sole pieno nel cielo,
il mietitore che si accinge a raccogliere le sue messi. Ricchezza, abbondanza,
luce piena, il ritmo cadenzato della mietitura ed il rispetto del tempo
della natura.
Lavoriamo su come risuonano le immagini scelte dall’uno nell’altro.
Elena gioisce all’idea del seme, desidera un figlio da tempo, ma non ne
parlava data la problematica che ha portato la coppia in terapia, ovvero
l’impotenza di Marco che perdurava da più di un anno. Si commuove vedendo
quanto Marco la vede, ha presente il suo desiderio.
Marco tace. Alla fine, con poche parole conferma il suo bisogno di raccogliere
ciò che ha a lungo coltivato. Aggiunge “soltanto dopo la mietitura
è possibile una nuova semina”.
Lavoriamo sul rispetto dei tempi di entrambi (lavoro-riposo per Elena;
dentro-fuori dallo studio per Marco; appartenenza-individuazione rispetto
alla famiglia di origine per entrambi); sulla sessualità della coppia (il tempo
197
del desiderio, la durata del rapporto, l’atmosfera giusta), sul progetto della
genitorialità. Tocchiamo il tema della genitorialità, della stirpe e del genere.
Lavoriamo sulla membrana di coppia e sulla “tenuta” rispetto a nuove
possibili invasioni legate alla nascita di un erede, metaforicamente conteso
fra due stirpi, quella materna e quella paterna.
Intanto i rapporti sessuali sono nuovamente ripresi, tra successi e qualche
flop, senza l’ausilio di farmaci.
Marco ha preso la patente nautica, trascorre il fine settimana in barca
con Elena, che sta scrivendo la sua prima sceneggiatura.
Proseguiamo il lavoro sull’intimità di coppia e sulla complicità.
Chiedo di scegliere un’immagine che rappresenti la loro coppia oggi.
Marco sceglie:
Fig. 15 – Egon Schiele, Abbraccio, 1917
La coppia presa in un abbraccio appassionato, lui che sussurra
all’orecchio di lei, lei che accompagna la voce con il gesto della mano. La
fusione dei corpi e dei pensieri.
Elena sceglie Marc Chagall, Sulla città, del 1914-18.
Elena dice: “Noi, liberi di andare, liberi di fare, liberi di ascoltarci e di
ascoltare i nostri desideri”. Noto che nel quadro lei accetta che lui la conduca,
sempre che lei si tenga a lui, ma con la mano libera, protesa nel volo,
senza timore.
Ritengo che la terapia sia finita.
La mia valutazione è dovuta a diversi indicatori: il problema per cui la
coppia è venuta in terapia (impotenza di Marco) è ormai superato; il rapporto
all’interno della coppia si è ristabilito; la membrana di coppia si è ri198
composta ed irrobustita, ridefinendo i rapporti con l’esterno (la famiglia di
origine, il lavoro, il tempo libero); la progettualità della coppia è rivolta
nella stessa direzione (un figlio).
Elena non concorda. Ha paura di una ricaduta. Teme il rientro della famiglia
del marito nelle dinamiche di coppia.
Marco è sereno, sente che hanno capitalizzato tanto, che hanno “immagazzinato
abbastanza”.
Elena dice “E poi io non sono nemmeno incinta”.
Ritengo che la terapia sia conclusa, che possano continuare il cammino
da soli sulla linea tracciata insieme. Li congedo confermando che sono comunque
a loro disposizione se avessero nuovamente bisogno di me.
Questo Natale – due anni circa dalla fine della terapia, due anni nel corso
dei quali non ho più avuto loro notizie – ricevo un biglietto di auguri.
È un’immagine di Egon Schiele La Famiglia, 1918.
È firmato Marco, Elena e Thomas.
3. Conclusioni
Nel corso della trattazione emerge inequivocabilmente la necessità di oltrepassare
le difese proprie dell’individuo, alcune delle quali per lui inconsapevoli,
mediante tecniche canalizzate prevalentemente sul linguaggio non
verbale. Accade spesso che il terapeuta riscontri dissonanze tra ciò che il
paziente riporta verbalmente e ciò che invece cela internamente, spesso in
maniera inconsapevole. La visione di un’immagine, secondo quanto asserito
da Littmann, consente l’accesso al mondo interno in quanto “ il potere
della metafora risiede molto chiaramente nella sua capacità di raggiungere
una componente affettiva della personalità che comunemente è troppo ben
difesa per essere raggiungibile.”
Confido che questo contributo abbia stimolato diverse riflessioni e –
perché no? – il desiderio di approfondire l’uso delle immagini d’arte nel lavoro
clinico di coppia, individuale e familiare.
Nonostante ciò ritengo che debbano essere ancora indagati molti interrogativi,
tra i quali:
Quale uso del Sé del terapeuta nell’ambito dell’uso delle immagini
d’arte in terapia?
Quale ulteriore protocollo, più dettagliato, relativo all’uso delle immagini
d’arte in terapia?
La strada della ricerca ci attende.
199
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